Nonostante enormi finanziamenti e piattaforme operative, l’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico è minimo e la telemedicina è poco diffusa tra le strutture italiane. Le difficoltà includono carenze normative, competenze digitali limitate tra cittadini e professionisti, e una insufficiente guida nella trasformazione digitale.
Il panorama della sanità digitale italiana è un campo di battaglia tra ambizioni e realtà, tra investimenti miliardari e un’adozione stentata. Nonostante l’attivazione della piattaforma da parte di oltre il 90% delle regioni, solo un misero 12% dei cittadini ha effettivamente utilizzato il Fascicolo Sanitario Elettronico. La telemedicina, un pilastro del PNRR, langue con appena il 18% delle strutture sanitarie che l’hanno adottata e una spesa effettiva di soli il 5% dei fondi totali destinati. Questa inerzia si scontra con un “digital divide” che vede quasi la metà degli italiani con competenze digitali di base e una formazione accademica ancora carente per i futuri professionisti sanitari. Abbiamo intervistato Sergio Pillon, già Coordinatore per la trasformazione digitale ASL Frosinone, vicepresidente della Associazione italiana della sanità digitale e telemedicina per fare il punto su questa complessa situazione, tra numeri che non convincono e sfide ancora da affrontare.
Partiamo dalla piattaforma nazionale di telemedicina. Entro dicembre di quest’anno dovrebbe coprire almeno 300.000 pazienti, per arrivare a 790.000 entro il 2026. A che punto siamo e quali sono le criticità che emergono?
Le scadenze, a parte quella dei 300.000 pazienti, sono numeri ridicoli, dato che nemmeno due ASL raggiungono quella cifra, quindi non prevedo alcun problema tecnico nel raggiungere il primo obiettivo. Tuttavia, questo è un punto meramente tecnico e non il vero fulcro della questione. La parola “seguiti” è vaga e generica; non è chiaro se si riferisca a televisite, teleconsulti o telemonitoraggi. Gli obiettivi tecnici del PNRR, inclusi quelli infrastrutturali, saranno probabilmente raggiunti facilmente, visto che ci sono miliardi in gioco e i fornitori hanno interesse a prendere i fondi. Ma dal punto di vista clinico e per i pazienti, questo è irrilevante. Perché una modalità di cura che preveda televisite, teleconsulti, telemonitoraggio, teleassistenza, non c’è ancora nulla di concreto. Solo la Lombardia, unica regione in Italia, ha formalmente tariffato e valutato le prestazioni di televisita, teleconsulto, telemonitoraggio, teleassistenza e teleriabilitazione, oltre alla telerefertazione in farmacia. Il Lazio, in piano di rientro, ha appena attivato la telerefertazione degli ECG e degli Holter in farmacia, altre regioni lamentano di non avere i budget per nuove prestazioni. Manca, inoltre, una chiara indicazione su quando una televisita sia appropriata: per un diabetico, un cardiopatico, un paziente anziano, un bambino o una donna incinta? Questo è fondamentale per noi medici per praticare una medicina difendibile. Le linee guida Agenas, infatti, rendono il medico completamente responsabile della prescrizione delle attività in telemedicina. Attualmente, senza un adeguato background da parte delle società scientifiche e dei PDTA, un medico non prescriverebbe una televisita a causa dei possibili e quasi certi problemi legali.
Veniamo al Fascicolo Sanitario Elettronico. Secondo l’Osservatorio Digital Innovation del Politecnico di Milano, solo il 12% dei cittadini lo ha utilizzato, nonostante oltre il 90% delle regioni abbia attivato la piattaforma. Cosa ne pensa di questa scarsa adozione?
Il fascicolo, nella sua versione “vecchia” (il 2.0 non è ancora pienamente operativo), è un “secchio” in cui vengono riversati documenti, ma per lo più amministrativi, come prescrizioni o vaccinazioni, raramente analisi. Il problema è che il fascicolo non è utile né per il medico né per il paziente. Quando un medico fa una prescrizione elettronica, la invia per mail o WhatsApp perché è più rapido. I laboratori di analisi chiedono la mail per inviare i risultati. Se si dicesse al cittadino di andare a prenderli nel fascicolo, che richiede SPID e procedure complesse, la gente preferirebbe la mail. Il fascicolo 2.0 promette un dossier farmaceutico strutturato, un profilo sanitario sintetico e la possibilità di capire l’aderenza terapeutica. Dovrebbe permettere l’integrazione dei dati tra regioni, cosa che oggi non avviene. Ma finché non diventerà realmente utile per il medico e per il paziente, resterà “largamente inutilizzato”.
Oltre al FSE, solo il 18% delle strutture sanitarie ha adottato realmente i servizi di telemedicina. L’8% dei pazienti cronici ha partecipato a televisite, l’11% ha usufruito del telemonitoraggio e la maggior parte degli specialisti e medici di medicina generale ha utilizzato la telemedicina solo occasionalmente. Cosa ci dicono questi numeri?
Questi numeri mi ricordano i “carri armati di Mussolini”. Sono cifre che sembrano impressionanti sulla carta, ma che potrebbero sgonfiarsi se si andasse ad approfondire la qualità e la modalità di queste prestazioni. Molti confondono una videochiamata su WhatsApp con una vera televisita, che dovrebbe integrare i dati del paziente in tempo reale. Spesso si tratta di “telefono medicina” più che telemedicina. Se si chiedesse con quale strumento tecnologico è stata fatta la televisita, quanto è durata e perché è stata fatta, i numeri si ridurrebbero drasticamente. Abbiamo un’Italia a due-tre velocità, e anche regioni come la Lombardia, che hanno numeri importanti, spesso li generano in grandi città, non coprendo capillaremente il territorio. La teleassistenza, fondamentale per il paziente fragile, è ancora una “cenerentola”, e questo è un grave problema.
Abbiamo un problema di “digital divide” tra la popolazione, con quasi la metà degli italiani che ha competenze digitali di base. Quanto pesa questo dato sulla capacità di adottare la sanità digitale e quali sono le competenze digitali dei professionisti?
Pesa tantissimo. Il punto chiave è creare interfacce semplici che il medico o l’infermiere possano usare facilmente. Il problema risiede anche nelle competenze digitali dei professionisti: non è che non ne abbiano, ma ci mettono il doppio del tempo, e siccome il tempo è denaro, tendono a lasciar perdere. Manca anche la “digital leadership”, ovvero la capacità dei direttori di struttura di guidare la trasformazione digitale, scegliere piattaforme e infrastrutture. Troppe volte si scopre che i problemi tecnologici, come PC obsoleti o senza microfono, derivano da una scarsa conoscenza tecnologica del personale.
In che modo si possono preparare i futuri medici e professionisti sanitari alla “digital transformation”? Manca qualcosa in ambito accademico?
Assolutamente sì, manca l’obbligatorietà delle competenze digitali nei percorsi di laurea e specializzazione. Ho proposto a grandi università private di inserire questo insegnamento, ma non ho ricevuto risposte. Finché non sarà un obbligo, a nessuno sembrerà prioritario.