Il ruolo della sanità territoriale nella presa in carico dei pazienti neurologici

Ne abbiamo parlato con Alessandro Padovani, professore ordinario di Neurologia, direttore della Clinica Neurologica e della Scuola di Specialità in Neurologia presso l’Università degli Studi di Brescia e presidente della SIN (Società Italiana di Neurologia)

Qual è oggi il ruolo della medicina territoriale nella presa in carico dei pazienti neurologici e come può evolversi per rispondere all’aumento della cronicità e della fragilità della popolazione?

La domanda è puntuale e ha attinenza con quanto previsto dal DM77. In realtà, il Decreto Ministeriale amplifica il ruolo della medicina specialistica nel territorio indicando nelle unità di valutazione multidimensionale l’elemento di raccordo tra la medicina delle cure primarie e la medicina specialistica. Questo organo, che vede prevalentemente le case della comunità e le strutture correlate come l’ospedale di comunità e le cure domiciliari, rende evidente che la figura dello specialista diventa un supporto e un tutoraggio rispetto al medico di cure primarie. Questo permette una migliore gestione delle complessità e delle fragilità in pazienti con patologia cronica. La presenza di uno specialista di area, come il neurologo (ma potrebbe essere anche lo pneumologo o l’oncologo), non solo permette di spostare nelle case di comunità una serie di pazienti che non hanno necessità di venire in ospedale ma possono ricevere cure e terapie lì. Quello che io ritengo, e qui è una posizione già espressa come Presidente della SIN, è che il neurologo referente di un distretto o di una casa della comunità diventerebbe l’elemento di riferimento per il medico di famiglia anche per i nuovi casi. In altre parole, riusciremmo a creare un’unità tra medicina di cure primarie e medicina specialistica, tutto a vantaggio dell’appropriatezza e della tempestività. Credo che questa sia la proiezione che abbiamo costruito a Brescia, con l’obiettivo di creare un “ospedale nel territorio” e un “territorio dentro l’ospedale”.

Quali tecnologie oggi sono pronte per essere integrate o che già sono integrate nella pratica clinica territoriale e quali invece ancora oggi necessitano un processo di sviluppo o di validazione?

Qui entra in un argomento incredibile perché l’accelerazione di quella che noi chiamiamo la transizione digitale è talmente violenta in questo momento. Le tecnologie ci sono, ma le applicazioni sono meno facili, soprattutto in strutture rimaste molto indietro dal punto di vista dell’upgrading tecnologico e digitale. Abbiamo una violentissima accelerazione sulle tecnologie disponibili al punto da poter pensare – lo dico come provocazione, ma non lo è – che in alcune aree dell’Europa ci siano sperimentazioni per cui l’avatar di un medico di famiglia o dello specialista risponde a quesiti del paziente, o visita al posto loro, o mette in raccordo specialista e medico di famiglia. Qui siamo ancora alla ricerca del supporto migliore in termini di telemedicina, teleconsulto e utilizzazione dell’intelligenza artificiale. Questo va di pari passo con la lentezza nella flessibilità e nella gestione del fascicolo sanitario elettronico, che pur essendo facile da consultare, mantiene una certa rigidità. Ciò che succede è che le infrastrutture non seguono l’accelerazione digitale. Qui c’è un gap culturale perché la maggior parte dei medici potremmo definirli dei “primitivi digitali”. Non si sono ancora “upgradati” e mantengono una perplessità, spesso un’opposizione culturale, all’ingresso nel mondo digitale. C’è da costruire una nuova classe medica che sappia sfruttare la tecnologia digitale e governare questa transizione. Al momento mi sembra dotata di pochi. C’è una vera e propria selezione in atto: alcuni di noi sono già proiettati nel mondo tecnologico e digitale, mentre molti colleghi mantengono l’illusione di fare medicina come si faceva il secolo scorso.

 

Quali sono le principali barriere culturali, organizzative e tecnologiche nell’integrazione tra innovazione ed ecologica assistenza territoriale e in che modo dovrebbe cambiare la formazione dei futuri medici verso un modello potenziale sempre più digitale e integrato del territorio?

Alcuni corsi di laurea si sono evoluti in questa direzione e hanno inserito all’interno del programma insegnamenti di ingegneria, fino a costruire corsi di laurea di ingegneria biomedica in cui ingegneri e medici parlano insieme. Questa è la strada: riformulare i corsi di laurea di medicina alla luce di quello che sta cambiando, come la medicina di precisione, proattiva e digitale. L’altro elemento sono le scuole di specialità: dovrebbero seguire questo trend e inserire nei programmi una sorta di scuola comune tra le diverse specialità, dove i medici in formazione seguono obbligatoriamente corsi di digitale. E in questo contesto, le società scientifiche giocano un ruolo importante. Noi, come Società Italiana di Neurologia, abbiamo avviato da tre anni un corso di certificazione in neurologia digitale. Formiamo 35 neurologi digitali con un corso full immersion patrocinato dalla società. L’altra soluzione è che le ASST, le ATS, ovvero le regioni che hanno in capo la gestione della sanità, devono produrre delle obbligatorietà per tutti coloro che vengono assunti nel sistema sanitario nazionale. In questo modo, i nuovi medici cominciano a essere padroni delle nuove tecnologie. Da questo punto di vista c’è ancora molto da costruire. Però, come tutte le cose, ci vuole tempo per muovere le macchine, ma una volta che il processo inizia, poi diventa molto più facile. Con i giovani è più facile parlare perché nascono di fatto “digitali dipendenti”. Direi che il futuro è dalla parte di una cultura digitale molto più ampia rispetto a quello che osserviamo ad oggi.

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