Sanità italiana al collasso: cooperative, il baluardo dimenticato per ridare ossigeno al sistema

Il Servizio Sanitario Nazionale italiano è in profonda crisi a causa di tagli finanziari, carenze di personale e burocrazia, con una spesa privata che supera i 40 miliardi di euro. In questo contesto, le cooperative sanitarie si propongono come fulcro del terzo settore per colmare i vuoti nell’assistenza primaria e offrire un’integrazione pubblico-privato basata sulla non profittabilità.

Il Servizio Sanitario Nazionale italiano è in crisi profonda, afflitto da anni da gravi criticità strutturali e da un cronico sottofinanziamento. Secondo l’ultimo rapporto Gimbe, nel 2023 al sistema sanitario pubblico sono stati tagliati oltre 37 miliardi di euro in dieci anni. Questa emorragia finanziaria si accompagna a una preoccupante carenza di personale – con circa 30.000 medici e 65.000 infermieri mancanti nel 2024, una situazione particolarmente grave nelle aree rurali e periferiche – e a una spesa sanitaria privata che nel 2023 ha superato i 40 miliardi di euro, chiaro segnale di una crescente sfiducia nel sistema pubblico. In questo scenario complesso, dove la burocrazia appesantisce i processi e la digitalizzazione fatica a decollare, le cooperative sanitarie emergono come un potenziale baluardo per colmare i vuoti e ridefinire l’assistenza territoriale. Abbiamo chiesto a Giuseppe Milanese, Presidente di Confcooperative Sanità, di illustrarci le emergenze più pressanti e come il modello cooperativo possa contribuire a ridare ossigeno a un sistema al collasso.

Secondo lei, quali sono le principali emergenze da affrontare oggi e quale ruolo possono giocare le cooperative sanitarie nel colmare queste lacune?

Secondo me, il problema non riguarda le risorse, ma la visione di sistema. Dopo il Covid, non abbiamo strutturato nulla rispetto alla lezione ricevuta, specialmente riguardo l’assistenza territoriale in Italia. Anche la Lombardia, pur avendo una sanità generalmente ben funzionante, ha faticato senza un sistema di assistenza primaria. Se non si costruisce un sistema di assistenza reale fuori dall’ospedale, articolato su un’assistenza domiciliare capace di prendere in carico le persone e un sistema residenziale di qualità – il che implica anche un problema di tariffe – non andremo da nessuna parte. Le cooperative, in particolare la cooperazione sociale, hanno sopperito in questi anni alle assenze del settore, alimentando tutta una serie di offerte e di risposte senza cui oggi anche quel po’ di assistenza primaria che esiste non ci sarebbe. Le cooperative rappresentano il fulcro di quel terzo settore che ha nella non profittabilità la sua caratteristica principale e nell’impresa sociale il suo orizzonte futuro. Bisogna favorire un’integrazione pubblico-privato con un privato che non sia vocato soltanto al guadagno.

Parlando di medicina territoriale, emerge la grave carenza di personale. Nel 2024, si stima manchino circa 30.000 medici e 65.000 infermieri, con una situazione particolarmente critica nelle aree rurali e periferiche. Come si può affrontare questa emergenza?

Bisogna sottolineare che i medici ci sono, ma il problema è che abbandonato il sistema pubblico. Gli infermieri, invece, mancano davvero. La questione cruciale è prevedere una nuova figura professionale, che dovrebbe essere un OSS con la terza S, ovvero un operatore socio-sanitario specializzato. Questa figura dovrebbe sopperire alla carenza di infermieri ed essere formata per assistere a domicilio le persone. Senza questa figura, è inutile pensare di risolvere il problema, perché gli infermieri non appariranno magicamente. Ribadisco: serve una figura socio-sanitaria perché i bisogni delle persone sono di tipo socio-sanitario.

Quanto pesa la burocrazia sul sistema sanitario italiano?

Tantissimo. Scontiamo una grande spesa collegata ai costi del personale che struttura la burocrazia, dipendenti pubblici in sovrannumero. Abbiamo bisogno di un’integrazione reale in termini sussidiari con un privato che magari non sia vocato all’utile. La burocrazia purtroppo spesso tende soltanto ad appesantire le procedure perché naturalmente vive di questo, senza peraltro offrire alcuna risposta di salute rispetto ai bisogni concreti delle persone.

La spesa sanitaria privata ha superato i 40 miliardi di euro nel 2023, un indicatore della crescente sfiducia da parte dei cittadini verso il sistema pubblico. Come si inseriscono le cooperative in questo contesto per proporre un modello intermedio?

Senza un’assistenza primaria che aiuti l’ospedale a fare il suo mestiere, l’ospedale genera due disaffezioni: una nei dipendenti e una nelle persone. Di conseguenza, le persone vanno dove possono e chi può spende nel privato, mentre i dipendenti si licenziano dal pubblico per andare nel privato. Bisogna dire con chiarezza che questo “non sistema” ha degli azionisti, perché non è possibile che tutto questo sia solo frutto di inerzia; è evidente che l’interesse prevalente è di indirizzare la sanità verso il privato: che fa il suo mestiere, ovvero guadagna sui bisogni delle persone. In questo contesto, le cooperative rappresentano il fulcro di quel terzo settore che ha nella non profittabilità la sua caratteristica principale e nell’impresa sociale il suo orizzonte futuro. Bisogna favorire l’integrazione pubblico-privato con un privato che non viva soltanto di guadagno, di utile, di dividendo.

Per concludere, a che punto siamo con la digitalizzazione nel settore sanitario, in particolare con il fascicolo sanitario elettronico e la telemedicina?

Anche qui, è una grande scommessa che rischia di essere persa. Siamo ancora in attesa di un fascicolo sanitario elettronico comune e della telemedicina e delle sue tariffazioni. Il vero problema di tutto questo sistema è l’assenza di una regia che rispetto al socio-sanitario detti le regole su tutto il territorio nazionale, riducendo le diseguaglianze di cui soffriamo. La digitalizzazione, inclusa la telemedicina, potrebbe essere una risposta, ma è uno strumento, non la soluzione. Lo strumento va dato alle persone; la sanità è fatta di persone che assistono altre persone. Se pensiamo che la telemedicina possa essere la panacea di tutti i mali, abbiamo sbagliato ancora strada. Anche perché poi entrano in gioco altri fattori come la formazione, sia per l’utente che per il personale. È come in agricoltura: l’industrializzazione ha favorito, ma servono sempre i contadini, cioè le persone che usano gli strumenti. Anche in sanità c’è necessità di personale formato, vocato, motivato che possa fare quello di cui abbiamo bisogno.

 

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