La Neurologia territoriale e la continuità terapeutica-assistenziale dal medico di medicina generale, allo specialista ambulatoriale e ospedaliero

Secondo il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) del 2022, circa 1 milione di persone in Italia soffre di demenza, e l’Alzheimer rappresenta il 60% dei casi. Tuttavia, solo il 30% delle Regioni ha attivato una rete di Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (CDCD). Quali sono, secondo lei, le principali criticità nel tradurre i piani nazionali in un’efficace rete territoriale di presa in carico?

«Le criticità sono molteplici. Nel SSN siamo impegnati sui PDTA (Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali) regionali, che poi vengono tradotti in PDTA aziendali. Questi richiedono una continuità terapeutica dal medico di medicina generale, allo specialista ambulatoriale e ospedaliero. Prendiamo l’esempio del PDTA demenza: un paziente con sospetto deterioramento cognitivo, dopo la valutazione del medico di medicina generale, viene inviato all’ambulatorio neurologico per screening e quindi, se confermato il deficit, al CDCD. La criticità maggiore è rappresentata dalle liste di attesa, un problema non solo regionale, ma nazionale. Il paziente dovrebbe essere valutato rapidamente, ma spesso i tempi per un appuntamento sono lunghi, sia nei poliambulatori che nei centri di secondo e terzo livello».

Su come l’assistenza territoriale possa reinventarsi di fronte a sfide strutturali profonde, abbracciando l’era digitale per garantire qualità e accessibilità a chi soffre di patologie neurologiche croniche e disabilitanti, ne abbiamo parlato con Umberto Perugino, una voce autorevole nel panorama neurologico italiano e membro del consiglio direttivo della Lega Interdisciplinare dei Neurologi per il Territorio (LINT).

Secondo il Rapporto Health at a Glance 2023 dell’OCSE, l’Italia ha un numero di infermieri tra i più bassi in Europa: circa 6,3 ogni 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 9,2. In questo contesto, come può l’assistenza territoriale garantire continuità e qualità delle cure per i pazienti affetti da patologie neurologiche complesse, spesso croniche e disabilitanti?

«Questa è una problematica importante. Negli anni, abbiamo assistito a una riduzione progressiva del personale infermieristico e degli specialisti. Del resto, abbiamo affrontato emergenze come il Covid, lavorando in situazioni critiche, e ora stiamo pagando lo scotto di politiche che hanno portato a una riduzione del numero di assunzioni, senza un adeguato turn over. È chiaro che l’assistenza territoriale, per garantire qualità, necessita urgentemente di un aumento del personale».

Secondo il rapporto Agenas 2023 sullo stato dell’assistenza territoriale, solo il 28% delle Regioni italiane ha attivato sistemi strutturati di telemedicina in neurologia, nonostante l’OMS raccomandi il potenziamento dei servizi digitali per la gestione delle cronicità. Qual è, a suo avviso, il potenziale reale della telemedicina per i pazienti con malattie neurodegenerative – come Demenza, Parkinson o SLA – e quali ostacoli ne frenano oggi la diffusione su scala nazionale?

«L’intelligenza artificiale è già entrata nel percorso diagnostico, per esempio nella SLA, dove ha permesso una diagnosi sempre più precoce. Inoltre, l’utilizzo della ricetta elettronica, della cartella computerizzata, delle televisite e del fascicolo sanitario elettronico agevoleranno senz’altro sia il percorso diagnostico che quello terapeutico. Il problema, però, è che abbiamo una distribuzione “a macchia di leopardo”, infatti poche strutture utilizzano questi strumenti in modo regolare. In futuro sarà necessario avere personale di supporto per poter dedicare più tempo a queste attività. Inoltre, sarà importante “far rete” con i medici di medicina generale e con altri specialisti».

Questa integrazione digitale e il teleconsulto, immagino, portino anche a benefici economici e di sostenibilità per le famiglie. Potrebbe spiegarci meglio questo aspetto e magari farci un esempio concreto?

«Esatto, l’aspetto economico è fondamentale: si abbattono i costi e si favorisce una gestione più equa e sostenibile per le famiglie. Ne abbiamo già avuto prova con il PDTA per le cefalee della AslRoma1. La cefalea, che a volte viene sottodiagnosticata, può essere estremamente invalidante, tanto che l’emicrania cronica è stata riconosciuta come malattia sociale, anche se tanto ancora può essere fatto. La prima visita si fa sempre in ambulatorio, ma la televisita di controllo non richiede spostamento del paziente, e in una città come Roma sappiamo cosa questo significhi. I vantaggi che pazienti e familiari ci riferiscono sono davvero tanti. Inoltre, il nostro percorso è interamente tracciato tramite il Servizio Sanitario Nazionale, lasciando uno storico completo. Sono ancora tanti gli aspetti che dovranno essere uniformati: dalla privacy, alle piattaforme, al fascicolo sanitario elettronico. Non solo a livello regionale o nazionale ma anche a livello europeo, considerando che i pazienti si spostano sempre di più. Il Covid ha accelerato questo percorso, ora dobbiamo sviluppare e uniformare le procedure».

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